MONDO

Morte di Soleimani, il Pentagono smentisce la versione di Trump



Il generale ucciso

Per il Pentagono nessuna prova di attacco imminente alle ambasciate Usa

di Riccardo Barlaam

Teheran. Un iraniano con la foto di una delle vittime dell’abbattimento del Boeing (Afp)

3′ di lettura

Un attacco «imminente» iraniano a quattro ambasciate americane? «Io non ho visto nessuna prova». Mark Esper, il segretario alla Difesa, intervistato da Cbs contraddice la versione di Donald Trump sul raid che ha portato all’uccisione di Qassem Soleimani.

Il presidente americano e suoi collaboratori per una decina di giorni hanno sostenuto la versione del pericolo «imminente» per giustificare l’attacco con il drone che ha eliminato il leader militare iraniano, ma ha fatto anche rischiare lo scoppio di una guerra tra i due Paesi, aggravato le relazioni con gli alleati europei, creato un cortocircuito istituzionale con i leader del Congresso non informati e spinto il governo iracheno a minacciare l’espulsione dei soldati americani.

Il generale Soleimani era a capo dal 1998 delle forze di élite al-Quds delle Guardie della Rivoluzione, quelle che sostenevano finanziariamente e con armamenti le milizie sciite all’estero in Iraq, in Libano, Siria, Palestina, Yemen e, secondo gli Usa, le cellule dormienti in Occidente: l’ex consigliere della Sicurezza nazionale, il falco John Bolton parlava di un flusso finanziario stimato in un miliardo di dollari l’anno. Almeno 608 soldati americani, per il Dipartimento di Stato, sarebbero morti in Iraq negli attentati negli ultimi 15 anni, saltati su bombe fornite dagli iraniani. Insomma Soleimani è ritenuto responsabile di tutto questo ma si tratta di eventi tutti avvenuti nel passato. Non ci sono però le prove di un suo piano specifico per un grande attacco futuro, o addirittura di un tentativo di colpo di stato come suggerito da qualche funzionario della Casa Bianca più realista del re subito dopo il blitz deciso dall’”uomo solo al comando” Trump.

Oltre a Esper diversi alti ufficiali del Pentagono privatamente hanno riferito di essere stati del tutto ignari della possibilità di un attacco imminente su larga scala organizzato da Soleimani contro le forze armate Usa nelle ambasciate e nelle basi militari in Medio Oriente.

Un funzionario del Dipartimento di Stato ha detto che l’uso della parola «imminente» è stato un errore di Pompeo. Ne ha parlato per la prima volta su Fox News: «Non sappiamo quando e dove ma sappiamo che il rischio di attacchi è reale e imminente». Il giorno dopo, sempre su Fox News, il presidente Trump ha ammesso in maniera indiretta che non sapeva: «Non posso rivelarlo ma credo che probabilmente sarebbero state colpite quattro ambasciate». Parole che riportano alla mente l’uso dell’intelligence per giustificare azioni militari del presidente George W. Bush nel 2003, quando decise di invadere l’Iraq basandosi sulla convinzione del possesso di armi di distruzione di massa da parte del regime di Saddam Hussein. La cosiddetta “pistola fumante” mai trovata. Sulla credibilità e sulla persuasione popolare Trump si gioca la possibilità della sua rielezione. Con il processo di impeachment che inizierà tra qualche giorno al Senato per l’“Ucrainagate” e l’inevitabile scia di polemiche che si porterà dietro per settimane. Un grande polverone. Tanto che lo stesso Trump ieri mattina è tornato a difendere la sua decisione di uccidere Soleimani attaccando i media e i democratici, ma senza far cenno alle dichiarazioni del suo ministro della Difesa: «I media costruttori di fake news e i loro partner democratici stanno lavorando duro per determinare se i futuri attacchi del terrorista Soleimani sarebbero stati imminenti oppure no», ha scritto su Twitter. «La mia risposta a entrambi è un forte SÌ, ma non importa davvero a causa del suo orribile passato».

Commenta qui