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Elezioni Usa 2020: come funziona, le regole e le schede elettorali



La Casa Bianca a elezione indiretta

Il voto per il Presidente negli stati Uniti è in realtà indiretto. Gli elettori esprimo il cosiddetto Collegio elettorale, Electoral College, formato da 538 Grandi Elettori ed è una maggioranza di questi che decide poi ufficialmente il Presidente. Questi Grandi elettori sono ripartiti per stato e il loro numero rispecchia, per ciascuno stato, la somma di seggi alla Camera federale, al Senato più tre rappresentanti cui avrebbe diritto il District of Columbia, quello della capitale Washington Dc, se fosse considerato uno stato. I grandi elettori sono quasi sempre assegnati in blocco, l’intero pacchetto a chi vince il voto popolare nello stato – vale a dire winner takes all. Uniche eccezioni sono il Nebraska e il Maine, dove vige un metodo più proporzionale: due grandi elettori assegnati a chi vince il voto popolare mentre i restanti, due in Maine e tre in Nebraska, ai vincitori di ciascuna delle circoscrizioni elettorali nello stato. Questa formula può comportare una spartizione dei grandi elettori tra democratici e repubblicani.

Collegio elettorale, decisivo e controverso

In generale, tuttavia, l’assegnazione in blocco dei Grandi elettori comporta il potenziale contrasto tra esito del voto popolare e successo nella corsa alla Casa Bianca, ripetutamente avvenuto negli ultimi cicli elettorali. Compreso il 2016, quando la democratica Hillary Clinton ottenne quasi tre milioni di voti in più su scala nazionale ma perse contro Trump nella matematica del collegio elettorale, che richiede di accumulare almeno 270 grandi elettori grazie a successi anche di stretta misura nei singoli stati. E’ questa realtà a trasformare in ago della bilancia alcuni stati cosiddetti “swing”, cioè incerti, in particolare quest’anno Pennsylvania, Michigan, Wisconsin, Arizona, North Carolina e Florida. La scadenza federale ultima per certificare le elezioni sulla base del Collegio elettorale, e per la soluzione di eventuali dispute, è l’8 dicembre. I nomi dei Grandi elettori sono indicati dai due partiti, tradizionalmente scelti tra fedeli funzionari o militanti locali.

Cosa dice la Costituzione e cosa no

Il controverso ruolo del Collegio elettorale – che i critici vorrebbero abolire o trasformare in una assegnazione proporzionale – ha radici nella Costituzione. Le formule per stabilire i grandi elettori sono infatti affidate ai singoli stati. La Costituzione sancisce insomma la nomina statale della delegazione per il Collegio elettorale, ma non le modalità, non richiede che rifletta il voto popolare. Il Collegio è nato vale a dire quale strumento di filtro e garanzia, che rifletteva una certa sfiducia elitaria verso i rischi di “errori” da parte della volontà popolare. A lungo ridotto a una semplice formalità, la polarizzazione del Paese lo ha riportato alla ribalta, perché gran parte degli stati vengono conquistati a man bassa da uno dei due partiti, senza che questo si traduca in un maggior numero di Grandi elettori e lasciando l’equilibrio in mano a pochi. Non basta, quando si tratta di possibili drammi.

Numerosi stati, 17 su 50, ad oggi non obbligano neppure per legge i loro grandi elettori a votare per il candidato vittorioso. Un fenomeno battezzato Faithless electors. E una legislatura statale, con la copertura della Costituzione, potrebbe decidere di ascrivere a sè la nomina della delegazione per il Collegio, ad esempio dichiarando il voto viziato da irregolarità. Un simile scenario era affiorato nelle contese elezioni presidenziali del Duemila in Florida, lo stato decisivo: il parlamento locale controllato dai repubblicani aveva pronta la scelta d’autorità di delegati mentre ancora era in corso una verifica del conteggio dei voti. Quest’anno un simile dramma è stato immaginato in Pennsylvania, dove a sua volta il Parlamento locale è controllato dai repubblicani che hanno già polemizzato sui pericoli di frodi elettorali.

La Camera dei 435

La Casa Bianca non è il solo “premio” in palio alle urne. La Camera, che detiene il maggior potere legislativo, mette in gioco tutti i 435 seggi ogni due anni, quindi anche in occasione delle quadriennali elezioni presidenziali. Il numero di seggi per stato è legato alla loro popolazione, ricalibrato sulla base del periodico censimento federale e quindi di variazioni demografiche. È la più volatile delle elezioni: spesso le maggioranze vengono ribaltate anche ogni biennio, costringendo i deputati a costanti campagne elettorali. Nel 2018 la maggioranza passò ai democratici, con un vantaggio di 36 seggi – 235 a 199 – in un parziale ripudio del dominio repubblicano dell’intero Congresso e della Casa Bianca emerso delle urne del 2016. L’attesa è che rimanga in mano ai democratici nel 2020, con una maggioranza forse rafforzata di dieci o venti seggi.